Aids: La nuova peste

Aids:
La nuova peste

Aids: La nuova peste

Due Storie

Nel 1982 l’Aids diventa un problema mondiale. Partendo dagli stati Uniti viaggia velocemente fino in Europa dove si registra il primo caso di contagio in Inghilterra.
Quindi quando nel dicembre del 1988 ai Parioli, nella storica Villa Glori amata da tutte le famiglie rispettabili del quartiere Don Luigi di Liegro tramite la Caritas, decide di aprire la prima struttura di accoglienza per malati di Aids in Italia, dove i pazienti in fase terminale potranno prepararsi a morire circondati dai grandi alberi del bellissimo parco, accade la rivoluzione. A Luglio del 1989 nella casa famiglia viene aperto un corso di restauro per la conservazione dei dipinti su tela, tenuto da volontari provenienti dall’Istituto centrale del Restauro e Conservazione, la durata è di un anno e alla fine del ciclo verrà rilasciato un diploma. Vi partecipano undici pazienti. Non tutti potranno vederne la fine ma l’entusiasmo è tanto.
Il Venerdì di Repubblica tramite Antonio di Pierro, chiama l’Agenzia per realizzare un servizio su questa speciale notizia.
Con Antonio abbiamo lavorato molti anni insieme a Paese Sera e ci terrebbe che fossi io a seguirlo, ricorda ancora la mia attitudine alle “missioni impossibili”: la Caritas è disponibile al reportage sul corso e anche L’ Istituto centrale del restauro sarebbe felice di farmi assistere fotografando le lezioni. Gli ospiti del centro invece, non sono d’accordo e non ne vogliono sapere. Nessuno ha voglia di comparire sulle pagine patinate di un giornale, questa malattia porta a volte conseguenze devastanti sul fisico, difficile trovare e convincere qualcuno a raccontare la sua vita, il suo percorso che lo ha portato in questa struttura, imparando a restaurare dei quadri pur con una sentenza di morte inappellabile, un ultimo desiderio di riscatto verso un mondo che gli ha chiuso le porte in faccia. Passo dieci giorni con loro senza scattare una foto, sono li ogni giorno del corso compreso il sabato in cui gli insegnanti non ci sono, ma io voglio che abbiano fiducia in me. Qualcosa cambia negli ospiti del centro, la paura della morte forse o magari la voglia di lasciare un ricordo che rimanga nel tempo indelebile, ma Carlo e Sergio prendono una decisione e accettano di essere fotografati e di rilasciare un intervista ad Antonio.
Me lo dice la sera stessa Sergio con la sua voce roca bruciata dalle sigarette e sedata dalla malattia, seduto su una panchina del parco mentre ci beviamo una birra e ci godiamo gli ultimi raggi rosso fuoco del sole che cala.
“Francè Alberto è er seconno amico che me more, io ciò 47 anni, ar massimo campo pè antri due, forze tre anni. Sò ito ar gabbio da regazzo e ce sò rimasto pè dodici anni, de stronzate ne ho fatte tante ma nun me ne pento anzi, e ne rifarebbe pure se potessi. Nella casa famija me trovo bene, ho aritrovato la voja de fa quarcosa, così se po esse utile a quarcheduno, si volete ve ricconto la vita mia.”

© 2025 Francesco Toiati • Tutti i diritti riservati

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