Il 19 luglio 1992, alle ore 16:58, una violentissima esplosione squarciò via D’Amelio , a Palermo. Una Fiat 126 imbottita di tritolo fu fatta esplodere sotto casa della madre del giudice Paolo Borsellino , appena sceso dall’auto insieme alla scorta. Morirono in sei: Borsellino e cinque agenti della Polizia di Stato.
Quel pomeriggio fui chiamato d’urgenza dalla redazione. Presi il primo volo disponibile e partii per Palermo. Arrivai in città in tarda serata, e insieme ad altri colleghi mi recai subito sul luogo della strage. Passammo tutta la notte tra i detriti, i crateri, le auto sventrate, fotografando le tracce del disastro e le operazioni febbrili degli investigatori e dei vigili del fuoco.
La scena era irreale: l’asfalto sollevato, i palazzi danneggiati, i pezzi delle auto confusi tra calcinacci e vetri. Sul muro del palazzo, la macchia nera dell’esplosione. C’erano colleghi venuti da tutta Italia, molti in silenzio, con le macchine fotografiche ancora al collo e la bocca chiusa per non cedere all’emozione.
In pochi mesi erano caduti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, colpiti dallo stesso nemico, nel cuore dello Stato. Quella notte, mentre scattavo le ultime foto prima dell’alba, Palermo sembrava muta, immobile. Ma da quella strage, per molti, iniziò anche una nuova coscienza civile.