All’inizio dell’estate del 1991, la tensione nei Balcani era ormai alle soglie del conflitto aperto. La Slovenia aveva appena dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, e l’esercito federale iniziava a mobilitarsi. In quei giorni febbrili, le caserme jugoslave si riempirono non solo di giovani soldati, ma anche di madri, padri, fidanzate che accorrevano per vedere i propri cari, forse per l’ultima volta prima della guerra.
Fui inviato dall’agenzia a documentare quelle ore. Arrivai a Karlovac, e poi a Zagabria, quando il fronte sembrava ancora incerto. Le caserme erano presidiate ma aperte ai familiari. Davanti ai cancelli, le scene si ripetevano: abbracci lunghi, lacrime, mani che stringevano fotografie, pacchi di cibo e biancheria consegnati in fretta.
Molti di quei ragazzi avevano appena diciotto anni. Venivano da tutta la Jugoslavia, anche da città che pochi mesi dopo si sarebbero trovate in campi opposti. Le madri piangevano in silenzio, i padri cercavano parole che non sapevano dire. Alcuni tentavano di convincere gli ufficiali a lasciar tornare i figli a casa. Le fidanzate si aggrappavano a promesse rapide, sussurrate nei cortili.
Pochi giorni dopo, iniziò la guerra dei dieci giorni in Slovenia. Alcuni dei volti che avevo fotografato davanti ai reticolati sarebbero apparsi, poco dopo, nei bollettini dei dispersi o nelle storie dei primi caduti.